Sergio Mottura

Sergio Mottura e il Latour viterbese. Il vigneron che cambiò il vino. CIVITELLA D'AGLIANO (Viterbo) - I filari di Grechetto hanno ormai superato l'invaiatura: tra le foglie che virano al giallo spiccano gli ultimi grappoli dorati della vendemmia ormai conclusa. Camicia azzurra, scarpe da campagna, cappello a larghe falde, Sergio Mottura cammina nella vigna che ha fatto la sua fortuna e quella di tanti ex mezzadri in quest'azienda - ai confini tra Alto Lazio e Orvietano - che da qualche anno ha conosciuto gli onori delle grandi guide.

E adesso è lui, alla soglia dei 70 anni, a dover salire su un podio: la guida Vini d'Italia del Gambero Rosso lo ha eletto tra i sei migliori «viticoltori dell'anno». Mottura si schermisce: «È destino che certe tappe della mia vita le segni un gambero...

Nel 2001 ricevemmo i primi Tre Bicchieri (il premio più alto della guida, ndr ) assegnati dal Gambero Rosso a un bianco del Lazio, il nostro Latour a Civitella. Coltivavo queste uve dal 1964, ma iniziò lì la nostra ascesa sul mercato». Alto, i bianchi baffi curati, lo sguardo vivace di un vigneron sempre teso verso nuove imprese, Sergio Mottura avanza verso le case del borgo agricolo, sulla cui piazza spicca l'edificio in pietra e intonaco della sua Tana dell'Istrice: «È la dimora di famiglia - spiega indicando il palazzotto signorile - lo acquistò mio zio insieme alle terre». Oggi è un agriturismo dove la moglie e i figli di Mottura insegnano agli americani a cucinare ed abbinare cibi e vini. «Io ci arrivai nel 1963. Avevo 21 anni - ricorda lui -. Lasciai Torino perché mio fratello aveva rinunciato al posto di responsabile dell'azienda. Amavo la terra e abbandonai ingegneria senza pensarci su due volte».

Quarant'anni dopo il paesaggio e l'azienda sono notevolmente cambiati: «Quando arrivai Civitella era ancora immersa nel Medioevo - ricorda il viticoltore - le nostre terre erano divise in 22 poderi dati in mezzadria. E alle elezioni il Pci sfiorava il 50%. La Dc annunciò che avrebbe accettato di trasformare la mezzadria in affitti a equo canone». Sarebbe stata la fine dell'azienda. Così Mottura andò casa per casa a conoscere i mezzadri: «Capii quali erano i loro problemi, in primo luogo la casa. Offrii le abitazioni in affitto, assunsi i loro figli in azienda: per la prima volta avevano uno stipendio fisso...». E con la sua nuova squadra si mise al lavoro. Per cambiare la viticoltura locale, nel rispetto della natura e della tradizione. Oggi Mottura, che lavora tutti i giorni in azienda (quando non gira il mondo a provare nuovi vini - «Ne ho bevuti tantissimi» - ) si gode il successo senza presunzione. Aiutato dai figli - Elisabetta, Francesca, i gemelli Giuseppe e Domenico e il piccolo Sebastiano, 14 anni - e dalla seconda moglie Alessandra, si dedica alla campagna.

La famiglia Mottura ha sempre avuto aziende agricole. Le sue origini risalgono al 1500. Nel XX secolo in Piemonte avevano terreni con molti animali da latte e tra Umbria e Lazio un'azienda poco sfruttata. «Avevo esperienza di campi e mi misi subito al lavoro per piantare mais. Poi mi dedicai all'uva - spiega Mottura -. Trasformammo le vigne una ad una: allora c'erano i filari di 15 metri, noi adottammo i vigneti alla francese. Nel '63 piantai la prima vigna con il Montepulciano d'Abruzzo e quella di Trebbiano. In seguito reinnestai tutto a Pinot Nero. Il Grechetto arrivò subito dopo». Ed è questa la parte più affascinante della sua avventura.

Il Grechetto è vitigno antico nella zona, si dice risalga addirittura agli Etruschi, ma nei filari delle mezzadrie a Civitella era mescolato in vigna a tante altre varietà. «Ce ne era così poco che non si riempiva una "tina" per podere. Perciò nessuno lo vinificava da solo». Sergio Mottura cominciò a raccogliere il Grechetto di tutti i suoi contadini e a vinificarlo in purezza: 1963, '64, '65, '66... da quel primo bianco monovitigno - una svolta rispetto all'Orvieto classico che mescolava tutto nei fusti - iniziò la rivoluzione che avrebbe portato al Latour a Civitella.

«Iniziai a imbottigliare il Poggio della Costa come Grechetto puro. Era apprezzato. Fui meravigliato». Mottura viaggiava e portava i suoi vini all'estero e durante una trasferta in Germania ebbe l'incontro che gli avrebbe cambiato la vita. «Era il 1994, durante una cena a Berlino per festeggiare gli 80 anni di Robert Mondavi (il più famoso produttore americano di vini di qualità, ndr ) conobbi molti produttori francesi: assaggiarono il Poggio della Costa. E uno di loro mi fece i complimenti». Era il borgognone Louis Fabrice Latour.

Fabrice disse che il grechetto di Mottura aveva molta personalità e grande gusto: «Mi chiese se avevo provato a passarlo in legno, ma io avevo avuto risultati insoddisfacenti... E mi suggerì di farlo fermentare in fusti di rovere come si fa in Borgogna. Mi donò cinque fûts de chêne che pensava fossero utili. Poi mi invitò a mandare da lui i miei enologi. Disse che mi avrebbe regalato una generazione di esperienza. E così fu». Con la sapienza e il legno dei francesi nacque nel 1995 la prima bottiglia del nuovo Grechetto: «Il nome? Non potevo che chiamarlo Latour a Civitella. Era il minimo». E fu il trionfo. E ricorda anche quanto il suo Latour a Civitella piacesse a Carlo Azeglio Ciampi quand'era al Quirinale.

Luca Zanini - Corriere della Sera
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