Un portale per il vino italiano in Cina

Pechino minaccia dazi alle importazioni e rischia di mettere in ginocchio l'export verso il gigante asiatico. Un ulteriore peso per il vino vino tricolore, che nonostante le sue grandissime tradizioni non riesce a sfondare nell'ex Celeste Impero. Colpa delle istituzioni, molto più presenti per gli imprenditori cileni. Così le aziende fanno da sole.

Il vino italiano rischia di entrare nella classica 'vicenda più grande' di sé e fare le spese della guerra commerciale tra Cina ed Unione Euorpea. Pechino ha infatti minacciato dazi pesanti alle importazioni di vino dal Vecchio Continente, in risposta alla decisione di Bruxelles di imporre gabelle temporanee per chi compra pannelli solari prodotti nel gigante asiatico. Una guerra di nervi, mosse e contro-mosse come tante se ne sono viste in ambito del commercio internazionale.

Ma, in attesa delle prossime mosse delle diplomazie, quello che emerge da questa guerra è che l'Italia, nonostante contenda alla Francia il primato di maggior produttore mondiale (in volumi) di vino in un continuo testa a testa, è terribilmente arretrata nel presidio di un mercato che si colloca già al quarto posto mondiale tra gli importatori e in prospettiva cresce a ritmi serratissimi. Considerando il valore dell'export italiano, secondo i dati del Centro interdipartimentale per la Ricerca in viticoltura ed enologia dell'Università di Padova e relativi al 2011, l'Italia (con 77 milioni di euro) si posiziona ben lontana da Australia (194 milioni), e Francia (706 milioni). E l'anno scorso, secondo altri dati aggiornati, pure Cile e Spagna hanno avuto rapporti maggiori con la Cina per quantità e valore degli scambi.

Il problema del vino tricolore è che - pur quadruplicando il valore del proprio export in Cina dal 2008 a oggi - non conquista quote di mercato: si è passati dal 5,3% del 2005 al 6,5% dello scorso anno. La Francia è passata da occupare un quarto del mercato a oltre la metà. Come se non bastasse, il vino italiano ha faticato a mantenere alto il proprio valore unitario: dall'essere prezzato quasi un terzo sopra la media di mercato per ettolitro, oggi è passato sotto quella media di oltre 20 punti percentuali (poco più di 300 dollari contro i quasi 400 della media). Chi nella filiera del vino mette quotidianamente le mani, come Ettore Nicoletto, presidente di Italia del Vino, non ha dubbi nel sottolineare che l'Italia "non ha saputo costruire un approccio di sistema e non presidia un mercato che prospetticamente sarà fondamentale".

Pur puntando il dito contro una mancanza di rappresentanza istituzionale nota e più volte sottolineata dagli operatori del comparto, Nicoletto ha buon gioco a ricordare che "le prime reazioni forti e decise alle minacce della Cina sono arrivate dal presidente Hollande, a testimonianza di quanto la Francia sostenga le sue imprese in quel territorio". Quello che manca alle aziende vinicole italiane "è un cappello comune sotto il quale presentarsi". L'autocritica c'è, perché le imprese "singolarmente forse non hanno fatto abbastanza", ma quello che manca è il piano istituzionale. "Tutti gli altri Paesi che ci superano in Cina hanno enti di promozione governativa, si pensi al ProChile - che è fortissimo -, o ai tanti accordi bilaterali siglati", ricorda Nicoletto. Detto delle richieste alle autorità in tal senso, per Nicoletto la Cina resta un mercato ancora difficile. "Ci sono stime che lo proiettano nel 2015 alle stesse dimensioni del mercato Usa, ma per il momento è troppo poco strutturato: ci sono poche realtà distributive ben organizzate e paradossalmente, nonostante i tassi di crescita, si fatica a smaltire lo stock". La conoscenza del vino italiano è bassissima: "Manca l'abc e dobbiamo lavorare per iniziare dalle basi, di cui i Paesi concorrenti si sono già dotati". Per questo Italia del Vino, che riunisce dodici case vinicole tra le più famose e nel 2012 ha superato i 900 milioni di fatturato aggregato, ha pronto un progetto autofinanziato "plurimilionario insieme a un grande operatore del settore", che è l'Istituto Grandi Marchi. L'obiettivo è proprio guardare al mercato cinese, per il quale si "predisporrà il primo portale in lingua del vino italiano, che serva tanto ai trader quanto ai consumatori". Il progetto, che verrà presentato a breve, punta proprio a colmare il gap con gli altri Paesi, "nella speranza che l'attività privata venga supportata a dovere dalle istituzioni".

di RAFFAELE RICCIARDI - Repubblica

BIGtheme.net Joomla 3.3 Templates