Il Barolo

Giorgio Bocca
Giorgio Bocca
Brano che parla del barolo: dal bellissimo libro di Giorgio Bocca "Il viaggiatore spaesato" Mondadori 1996
Spenta la specie rara degli innestatori, e ora anche il vino come lo si è fatto nei millenni, senza il legno, senza le barriques, con il gusto e la gradazione che gli dava l’annata, e non questo lavorato che ha ogni anno la stessa gradazione e lo stesso gusto, alla francese, che come dice il vignaiolo Giacosa: «Stappi una bottiglia e hai un concerto di profumi. Poi bevi e si nascondono sotto il tavolo, si attenuano a ogni bicchiere fino ad assestarsi su un morbido che va bene a tutti, anche a quelli che del vino non sanno niente. Se poi lo lasci lì per due o tre ore è imbevibile.

Noi i fund d’la buta, i fondi della bottiglia, li teniamo per giorni come il vino migliore per gli amici». Bartolo Mascarello il censore. Con il barolo a trentamila, quarantami lire la bottiglia e con un cru come il Canubi non ha più preoccupazioni di bottega. Ma sta sul passo di Roncisvalle contro gli invasori che mescolano barolo a cabernet, barbaresco a merlot, li passano in barrique e poi gli danno nomi strani.
«Bartolo,» gli dico «mi fai leggere la lettera che hai scritto al conte Vallarino Gancia?»

«Quale?» dice lui.
«Il Gancia della S.p.A.» Le tiene su una mensola alle sue spalle, può prenderle con una mano senza alzarsi, in ordine cronologico. «Vediamo, eccola qui: “Caro presidente”.»
«Presidente di cosa?»
«Della Gancia S.p.A. “Caro presidente, lei mi consentirà qualche modesta osservazione sul modo di coltivare questa terra, a questa latitudine, in questo clima. Da mio padre e da mio nonno ho appreso che il terreno di una nuova vigna va zappato e rivoltato per la profondità di un metro e tenuto mondo da ogni infestazione di erbe. Le barbatelle vanno seguite poi per tre anni, mondate da ogni erba, su terrazzini sorretti da muri a secco. Vedo invece che lei e il suo vicino conferente Michele Chiarle, seguendo il consiglio di un professore, che io caccerei con forche e forconi, avete fatto un piccolo scasso, non vi curate delle erbe infestanti e, invece di costruire i muretti a secco, rimboccate il terreno e sperate che l’erba lo tenga assieme. Temo che lei confonda lo sviluppo con il progresso, la quantità con la qualità.”»

«E cosa ti ha risposto il presidente della Gancia S.p.A.?»
«È venuto a trovarmi, ha bevuto un bicchiere del mio barolo, mi ha fatto i complimenti e poi mi ha detto: “Vede Mascarello, lei ha ragione, ma io il barolo lo farò lo stesso con gli enologi e con le barriques, avrò un grande ritorno d’immagine e, grazie alla mia rete commerciale che arriva in tutto il mondo, lo farò pagare il doppio del suo”. Io allora gli ho detto:
“Caro presidente, lei con i soldi può comperare le vigne, i tecnici, i pubblicitari e anche le barche, perché vedo dai giornali che lei e i suoi figli siete spesso alle Maldive o ai Caraibi, ma con i soldi non potrete comperare la cura quotidiana della vigna e della cantina che solo un buon vignaiolo può dare”.»

«E lui?»
«Lui si è messo a ridere, continua a fare il suo barolo e, siccome ha in tutto il mondo dei clienti che non sanno niente del barolo, lo hanno molto apprezzato e ringraziato per averglielo fatto pagare il doppio del mio.» Bartolo sa di essere un perdente con le sue trentamila bottiglie contro i milioni degli Antinori, di Fontanafredda, degli Zonin. Ma la prende bene, con ironia: «Sai cosa hanno scritto gli Zonin sui loro dépliant? Hanno scritto: “Negli ottantamila ettari della tenuta Gambellara Zonin elabora i suoi prodotti”. Io credevo che il vino lo si facesse, non che lo si elaborasse».
«Sì, ma tu esageri, te la sei presa con quelli del Gambero Rosso perché hanno scritto che “oggi finalmente anche in Langa è arrivata la Napa Valley”. Non è mica un paragone offensivo. E te la sei presa anche con Angelo Gaja, a cui dovreste fare un monumento perché è lui che ha sfondato per tutti voi all’estero.»
«Il Gaja vinificatore, non lo discuto, è le roi. Ma arriva qualche anno fa qui da noi, fa un buon barolo e sull’etichetta ci mette Spers, una parola che, dice lui, “riflette in lingua materna la nostalgia e il desiderio di chi sta in Langa per il barolo”. Aspetta, ti trovo la lettera.»

Le sue mani magre e nervose devono riconoscere le lettere al tatto, la trova subito: «Caro Angelo Gaja, mi complimento con lei per il suo barolo, ma lei mi ha fatto trasalire. Un nome di fantasia al posto di barolo?».
«Mi hanno detto che hai attaccato anche il mensile dell’Unione vinificatori.»
«Be’, quella è stata una precisazione scherzosa. Mi arriva in omaggio e ci trovo nelle prime pagine una citazione di Mussolini sul “bevitore che vive più a lungo del medico che glielo ha proibito”. Gli ho suggerito di sostituirla con quella di De Amicis: “Il vino che fa alzare, il calice, la fronte, il pensiero”.»
«Che ci succede, Bartolo, siamo degli spaesati?»
«Può darsi, ma quando io ero giovane ci voleva almeno una generazione per creare un nuovo vigneron. Adesso in due anni sono spuntati come i funghi. Coraggiosi, intelligenti, anche grandi lavoratori, ma travolti dal successo. In tre anni il prezzo del barolo è salito dalle sette alle trentamila e più la bottiglia. E, siccome le trattorie che spuntano anche loro come i funghi non ce la fanno a crearsi una cantina di lunga durata, non ce la fanno a capitalizzare il vino a quei prezzi, lo vogliono di rapida beva, invece di un barolo pronto dopo cinque o sei anni, ne vogliono uno da bere subito. E chi fa il barolo li accontenta con le barriques e magari con i tagli di cabernet da cui baroli morbidi che al cliente inesperto piacciono più dei baroli duri e forti. Il turista che viene in Langa una o due volte l’anno di rado conosce il vino, conosce i prezzi, e più sono alti più è convinto di aver trovato il meglio. Quando ero giovane un buon barolo dipendeva per il settanta per cento dall’uva, per il trenta dalla tecnica. Oggi è l’inverso
Le roi Gaja sorride affettuosamente di Bartolo, ma Gaja non è spaesato come noi, è un cittadino del mondo, sempre in viaggio dalle Americhe all’Estremo Oriente. Una volta mi diceva: «Scusami, ma non ho il tempo di leggerli, i giornali, li leggo solo al cesso». Adesso deve avere un servizio stampa perché sa tutto di quanto scrivo sui giornali e nei libri. «Quando Bartolo era giovane,» dice Gaja «i vignaioli del barolo erano trenta, adesso sono trecento. Allora non usciva dai confini del Piemonte, oggi lo trovi in tutto il mondo. Oggi non ci sono solo le uve e la tecnica come ti ha detto, ci sono anche le pubbliche relazioni, che agli effetti della vendita sono più importanti. Ieri mi è arrivato un telegramma di un giornalista giapponese di “Vinotecque”: “Arrivo la settimana prossima per maialata, spero vederti”. Chi ammazza il maiale e fa la maialata è il Valentino di Monforte, un maestro di pubbliche relazioni. Ha costruito una piscina olimpionica, io sai, no? Io non ho le paure di Bartolo, chi vuoi provare a fare il vino si accomodi, vengano pure anche le attrici, i giocatori di calcio e le multinazionali, ma attenti alle scottature.

Quelli di Myfood facevano le cose in grande, avevano costruito uno stabilimento gigantesco per lasciarci maturare le uve del nebbiolo e ricavarne del passito, ma avevano scambiato il vino per lo sciroppo. Hanno chiuso bottega. Quelli che comperano la terra a prezzi folli, credendo di fare un ottimo investimento, aspettare le vendemmie e incassare, non hanno quasi mai consultato il registro delle annate. Negli anni Trenta ce ne furono dieci consecutive in cui non si poté fare né barolo né barbaresco anche se qualcuno ci riuscì con i tagli di vini meridionali. La Langa fu sul punto di spopolarsi. Oggi la corsa agli acquisti si è scatenata dopo che ci sono state tre annate trionfali, l’88, l’89 e la ‘90. La fillossera sembrava completamente domata, non c’erano grandinate, la domanda cresceva impetuosa. Adesso da cinque anni passiamo da una grandinata, a una pioggia senza fine, dalla distruzione alla marcita.»

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